Il Palazzo

Il Palazzo…

Nel marzo del 1724 la famiglia Lechi ricevette l’investitura feudale su un’ampia area del territorio montironese, compreso il sito su cui attualmente si staglia il palazzo.
Nel 1722 il nobile don Giulio Crotta, mise in vendita il sito, compresa la sua antica dimora ai fratelli Bernardino e Pietro Lechi, i quali decisero di avviare una serie di lavori di ricostruzione nel 1738, ai quali fu proprio Pietro a contribuire maggiormente.
L’edificio, progettato e realizzato dall’architetto luganese Marco Antonio Turbino (Lugano1680- Brescia 1756), avrebbe dovuto assolvere ad alcune imprescindibili funzioni, in primo luogo rispondere a volontà celebrative e di rappresentanza per la famiglia, secondariamente divenire sede di villeggiatura ed evasione oziosa per la medesima, in ultimo, ma non di minor importanza soddisfare esigenze dettate dalla conduzione del patrimonio fondiario. Il corpo centrale risulta avanzato di oltre venti metri rispetto alle ali laterali del complesso, insistendo per una lunghezza di circa 150 metri sulla strada “regale” di Ghedi.
Ad est ed a ovest del blocco principale si articolano due bassi corpi di fabbrica, nello specifico, la parte occidentale comprende: quanto rimane dell’originaria casa Crotta (del XVII secolo), le stalle e le abitazioni dei fattori.
Nella sezione orientale invece, si situano la facciata della cappella di S. Antonio con la sagrestia, insieme con la dimora del cappellano, affiancata dal portale d’accesso al vasto cortile, dove si aprono la scuderia ( vanta nella sua impostazione nobili precedenti in terraferma veneta tra cui palazzo Pisani a Strà, nonché il castello di Thiene) ed i diversi servizi. Sotto il porticato ad est il passaggio che permetteva alle carrozze di raggiungere le scuderie, mentre ad est delle ali laterali del palazzo, divenute sede di molte stanze per gli ospiti, è attribuita al figlio di Antonio Turbini, Gaspare, ideatore pure della lunga cancellata che si apre sul giardino, il cui ingresso appare sormontato da due statue, rispettivamente Endimione e Diana, plausibilmente opera di Antonio Callegari (Brescia 1699-1777). Per quanto concerne invece le decorazioni ad affresco che ornano gli spazi interni degli ambienti residenziali, sarebbero attribuibili a mani diverse, tra le quali spiccano gli interventi di Francesco Zuccarelli, Carlo Carloni e Giacomo Lecchi. Da ricordare, la pala ornante l’altare della chiesa di palazzo (edificio a navata unica, pianta quadrata con volte affrescate) realizzata ad opera di Giovan Battista Pittoni (Venezia 1686-1767), raffigurante S. Antonio, adorante la Vergine con il Bambino in grembo con in basso, in atto di adorazione S. Galliano Lechi eremita, sullo sfondo del castello di Brescia. Il fascino di palazzo Lechi, esemplare documento di dimora patrizia settecentesca in stile Rococò sul territorio Bresciano, è accresciuto dall’entità dei personaggi che in passato poterono fruirne. Celebre infatti divenne la visita al termine del XVIII secolo di Napoleone in persona, da non trascurare neppure il soggiorno dello scrittore francese Stendhal.

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